Non sei fatto per stare da solo

Ultima modifica: 2019-08-12 22:04 - Autore: Devid

La parola comunità ci fa subito pensare alle comunità di recupero dalla droga oppure alle comunità hippie, le comuni nelle quali si fanno orgie e ci si calano gli acidi.

Purtroppo questa parola ha perso il suo reale significato, facendoci credere che essere parte di una comunità voglia dire essere tra i militanti di un gruppo fascista oppure gli adepti di una setta, che sia religiosa o complottista. 

A promuovere questa mala interpretazione della parola comunità ci sono sicuramente i media che hanno associato questa forma di organizzazione a individui violenti o guidati dal successo, dalla fama e non necessariamente da un semplice bisogno di stare assieme.

Questo genera l’impulso, in coloro che ne sentono parlare, di rimanere a casa e di concentrare tutta la propria ricerca della felicità nella vita privata, il riconoscimento ed il rispetto nel settore lavorativo e poche uscite sporadiche di gruppo, nelle quali non succede nulla, se non il tentativo di proteggere se stessi minando gli altri.

Io e gli altri

In questa visione materialistica e dogmatica della comunità, l’individuo l’unico ad esistere. Non c’è più il noi, ma ci sono io e gli altri. Non si condividono più le proprie battaglie, difficoltà.

Non ci si sa dare più consigli, anzi, si finisce quasi sempre per allontanarsi da coloro che ci chiedono aiuto, facendoci sentire in colpa nel momento in cui siamo noi quelli che lo necessitano. 

Quando siamo di nuovo “noi”

Ma ci sono alcuni strani momenti in cui un grande evento, magari sportivo oppure un giorno dalle condizione meteorologiche estreme come una grande nevicata oppure una alluvione o un terremoto, nelle quali potremmo fare una scoperta tanto essenziale quanto assolutamente cruciale: la maggior parte delle persone è gradevole, interessata alle piccole cose della nostra vita e desiderosa di aiutare nonostante alcune differenze superficiali. 

Il bisogno di stare insieme

Noi di Expanda crediamo che in questo mondo, oggi ci sia la necessità di ricreare comunità autogesitite e basate sul buon senso. Persone che si confrontano apertamente e si sorreggono nel momento del bisogno, alleviando ansie e terrore che emergono quando un individuo si sente solo.

E sono tantissimi quelli soli oggi, sebbene abbiano migliaia di amici su Facebook. 

Negli ultimi decenni abbiamo permesso alla nostra visione del mondo di essere rapita dai media colmi di narcisisti e sociopatici che hanno mutato il nostro senso di ciò che è normale.

Cosa ci raccontano

Ci raccontano di comunità immaginarie di mostri sottolineando tutto ciò che è sbagliato cosi da spaventare il pubblico e tenerlo diviso. 

E quando l’uomo vive nella paura è solo e diventa giorno per giorno un automa, un piccolo ingranaggio della meccanicità del sistema. 

La nostra è una società affamata di comunità dove però la dimensione collettiva, il “Noi”, è sacrificata e confinata a favore di una continua e ossessiva sottolineatura dell’Io, tra “selfie” emotivi, affermazione di sé, competitività e mancanza di empatia.

Hai bisogno di stare in comunità

La verità è che l’essere umano è un animale sociale.

Gli studi delle moderne neuroscienze hanno mappato le radici fisiologiche della nostra necessità di contatto, vicinanza, scambio con le altre persone. Nel nostro cervello, le relazioni attivano i circuiti cerebrali del ricompensa, gli stessi che si accendono con la soddisfazione della fame. Mentre di fronte a un rifiuto, si attivano le stesse aree del dolore fisico.

Attraverso la risonanza magnetica si dimostra che quando vediamo altre persone o anche semplicemente immagini di esseri umani, il cervello risponde in modo decisamente diverso rispetto a qualunque altro oggetto.

“Qualcuno come me” è una categoria evidentemente molto importante anche a livello neurale. Così come immagini di persone che provano intense emozioni, sono registrate nel cervello con forte intensità. Il contesto sociale, l’ambiente, sembrano implicati persino in delicati processi biologici come il modo in cui le cellule si replicano e il funzionamento immunitario.

Piccole comunità interdipendenti

Altri studi propongono la tesi per la quale l’uomo dia il meglio di Sé in piccole comunità da 45-50 persone dove i membri si aiutano, cooperano e si coprono le spalle l’uno con l’altro. Questo ci garantirebbe una serenità più duratura e la consapevolezza di non essere mai soli. 

Dovremmo incontrarci più regolarmente e condividere i nostri obbiettivi, rendendoli cosi gli obbiettivi del gruppo, senza questo grande egoismo che contraddistingue i giorni nostri. 

C’è una grande parte di noi che brama di vivere più collettivamente e di essere impegnati in tutta la società cosi da sentirsi rassicurati dall’appartenenza a un ammirevole orgoglio collettivo

Cosi la comunità prende il peso dell’autostima dell’ego individuale. Non dobbiamo fare tutto da soli. Per sentirci significanti e per donare il nostro contributo, dobbiamo semplicemente appartenere a qualcosa di più grande di noi: un comunità. 

Uniti come una volta…

Noi di Expanda in un certo senso sogniamo di poter ricreare un ambiente simile a quello delle comunità di famiglie che una volta vivevano assieme.

Quelle comunità dove le signore anziane della famiglia raccontavano storie strane ai bambini, che giocavano assieme nel cortile e no davanti all’ipad.

Le donne di famiglia si aiutavano con i bambini senza aver bisogno di baby sitter sconosciute.

E gli uomini della comunità si davano una mano nelle costruzioni, nei campi. Collaboravano per un bene comune, sorreggendosi in momenti di malattia a differenza di oggi dove la competizione e l’orgoglio la fanno da padrona. 

…ma consapevoli di tante cose nuove

Una volta era cosi per questioni di pura necessità. Se non vivevi vicino alla famiglia, da solo duravi poco. 

Oggi, per poter ricreare quegli stessi benefici, stare insieme ad altre persone deve essere un atto consapevole, la lucida decisione di voler condividere la propria vita con altre persone. 

Questo vuol dire mantenere l’individualità che abbiamo guadagnato stando da soli senza perdere stima di se stessi, ma riacquistando la capacità di condividere e di stare assieme. 

Un primo tentativo può essere rappresentato dall’unione di persone con gli stessi interessi e obiettivi, come quello che stiamo portando avanti online tramite la Community di Expanda, che ti invito a visitare con tutto il cuore.

Cosa ci aspetta in futuro

Milioni di individui ormai si sono chiusi in un mondo loro, perdendo il contatto con la comunità e vivendo spesso delle vite surreali. I contatti sociali si sono molto ridotti e spesso conosciamo di più la vita del nostro cantante preferito, piuttosto che quella del nostro vicino di casa.

Questa è la fotografia delle nostre comunità moderne. 

Se non ci sarà una riscoperta dei nostri valori e una nuova coesione sociale, non ci potrà essere una comunità di intenti e pertanto non potrà esserci una comunità. E se non ci sarà una comunità, non ci potrà essere un futuro, se non quello rappresentato da milioni di persone già morte che vivono come automi nel circolo vizioso del produci, consuma, crepa. 

Chiudo con una citazione del grande Dario Fò, che diceva:

Un uomo che non partecipa alla vita della comunità, che si estranea, è un morto che cammina.

(Dario Fo)

E una di Rudolf Steiner che diceva:

Una vita sociale sana si trova soltanto, quando nello specchio di ogni anima la comunità intera trova il suo riflesso, e quando nella comunità intera le virtù di ognuno vivono.

(Rudolf Steiner)

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