Elogio alla sofferenza

Ultima modifica: 2019-12-13 17:41 - Autore: Devid

Ho provato per anni a scappare dalla sofferenza. Canne, alcool, acidi, cocaina, televisione, internet, distrazioni di ogni genere, ma niente ha funzionato. Peccato. Mi piaceva sentirmi stordito e incapace di sentire le mie emozioni. Era più facile e mi faceva sentire diverso e riuscivo a trascorrere le giornate.

La sofferenza è l’unica costante diceva il Buddha. Più che credergli, ti basta essere realista. E’ la pura verità.

Che cosa vuol dire vivere allora?

Soffrire? Che razza di vita è? Sono nato per soffrire? Sin dal primo respiro ed il primo pianto?

Si.

La sofferenza, quell’attrito costante che col tempo degrada il corpo, la mente.
La sofferenza della malattia, il dolore della morte, la sofferenza di dover fare cose che non ci piace fare. Il dolore causato dall’essere lontani da ciò che si “desidera”. Il dolore causato dal non “ottenere” ciò che si “desidera”.

Che razza di vita è, una vita che ci serve sofferenza un giorno si e l’altro pure?

Non lo so. Non l’ho fatta io. Ma se c’è una cosa che so, è questa: scappare non serve a nulla.

Eppure ci abbiamo costruito una società intera, sulla distrazione. Forse per dimenticarci momentaneamente di quanto nuda e cruda sia la vita. D’altronde i film servono a sognare e qui ci siamo creati proprio un bel film. Un film mentale fatto di un infinito assortimento di cose inutili, come d’altronde è diventata la vita del terricolo medio.

Fingiamo così tanto da dare l’impressione agli altri di non sentire dolore, forse perché la sofferenza non va di moda. Forse perché abbiamo cominciato a pensare che non ci debba essere e che sia da deboli, farla vedere.

Ci anestetiziamo a tal punto da dare a vedere al mondo, che noi non soffriamo, che tutto va bene. Siamo ridicoli e patetici.

Abbiamo, negli anni, creato una società capace di anestetizzare completamente le emozioni fino a percepire il mondo solo con la testa e avere relazioni di business, non più relazioni empatiche, emotive e umane. Per evitare di soffrire stiamo rendendo questo mondo più simile ad un software che ad un pianeta.

Ci rimpinziamo di cibo fino a crepare. Ci droghiamo fino a non sapere chi siamo. Lavoriamo fino allo sfinimento per ottenere cose che pensiamo portino abbastanza piacere da dimenticarci del resto.

Fingiamo. Fingiamo di stare bene anche quando sotto sotto siamo insicuri, deboli, ansiosi e timorosi. Tutti, nessuno escluso.
Anzi. Posso dire per esperienza, dopo anni di lavoro con voi, che in realtà chi ha il coraggio di vivere la propria sofferenza è già più avvantaggiato di quelli che si circondano di menzogne indossando la maschera del “sto bene grazie”. Cazzate. Non stanno bene, ma si sforzano di non darlo a vedere perché pensano li faccia apparire deboli e patetici.

Il bel vestito e la faccia truccata da perfettino non negano il fatto che anche loro soffrano. Soffrono i ricchi, i poveri, gli alti, i bassi, i grassi e i magri. Tutti, indistintamente.

Quindi?

Quindi smettila di fingere. Smettila di scappare. Smettila di rincorrere come un asino, la carota del piacere, pensando di poter evitare il dolore. Non è la risposta.

Si. Ti sto dicendo che per quel poco che ne so io, ti conviene scendere dal treno impazzito di questa società corrotta fino al midollo. Non è ottenendo il successo che sarai felice perennemente. Nessun soldo fa sparire la sofferenza. Nessun lavoro ti renderà eternamente felice. Nessun luogo. Nessuna persona. Niente di niente.

Arrenditi. E’ finita. Non c’è nient’altro da fare, da ottenere. Nada de nada. Rien de tout. Nothing at all. Nunca mesmo!

L’unica soluzione è arrendersi. Diventare amici per la pelle della sofferenza. Non è lottando contro la sofferenza. Non è cercando di scappare, ne rimanendo fermo congelato dalla paura della sofferenza.

Non esiste medicina che possa aiutarti. Solo una intensa comunione con la tua sofferenza.

Certo puoi anestetizzarti, ma il corpo continua il suo processo ugualmente. La sofferenza, la rabbia, l’ansia, la paura, la tristezza, la depressione continuano a scorrere nelle tue vene anche se tu fai finta di essere forte. Si annidano nei tuoi organi fino a farli collassare, fino a renderti malato.
Scappare o combattere vuol dire peggiorare la tua situazione.
Non funziona.

Cosa fare?

Proprio una beata mazza di niente.
C’è solo bisogno di esserci. Esserci veramente quando la sofferenza emerge. Questo vuol dire lavorare su di Sé.
Diventare amici intimi della sofferenza.

Si. Sto dicendo di vivere appieno tutte le energie che accadono in te.

Non serve a niente chiedersi il perché o il per come. Non serve a nulla scappare.

Tu sei qui per vivere ciò che c’è. Punto e basta. Non devi cambiare nulla. Non devi intervenire. Devi essere il semplice testimone di ciò che accade dentro di te, sviluppando, con gli anni, i decenni e le vite che vivrai, una consapevolezza tale da essere più ampia della sofferenza che percepisci.

Puoi non credermi. Puoi continuare a cercare soluzioni per illuminarti, pensando di poterti svegliare, un giorno, e vedere solo perfezione. Se vuoi puoi continuare a sognare.

Oppure puoi cominciare a fare i conti con la realtà di ciò che vive in te.

Tanto, qualunque sia il tuo piano, la vita non si dimentica di te. Puoi vivere nella tua testa, nella tua immaginazione quanto ti pare, ma un giorno tutto emergerà prepotente. Perderai forse tutto nello stesso momento, fino a non sapere più chi sei, finalmente.

Dico finalmente perché capirai a quel punto che la maschera di menzogne che avevi indossato fino a quel momento non eri tu. La tua finta personalità timorosa o pompata da credenze, desideri, bisogni falsi e valori di altri, ti lascerà e l’unica cosa che sentirai sarà il tuo dolore, quello che hai cercato di evitare fino a quel momento.

Allora, se stai guardando questo video e non vuoi arrivare a quel punto, fermati adesso. Deponi le armi, non scappare. Resta vigile e osserva.

Se con fede, con estrema fede, riuscirai a rimanere qui mentre ciò che c’è in te, vive, scoprirai di non essere ciò che percepisci, proprio perché lo puoi osservare.

Allora svilupperai una prospettiva che va al di là della sofferenza.
Una percezione ampia a tal punto da trascendere la sofferenza stessa.

Tutto parte dall’avere il coraggio di rimanere fermi, attenti, vigili e presenti mentre sei nell’occhio del ciclone.
Ci va tempo. Ci va impegno. Ci va fede. Ci va un coraggio da leone.
Allora si che potrai dire di aver vissuto.

Osserva lo stallone impazzito. Conosci le sue mosse. Impara a prevederlo fino a poterlo cavalcare.
Abbi fede e coraggio di farlo e vedrai, un giorno, che quel cavallo era solo una tua creazione.

Video

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